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Il modello imperfetto del Super Business Man

Il modello imperfetto del Super Business Man


1° agosto 1936, Algeria francese, nasce Yves Henri Donat Mathieu–Saint Lauren.
Cresciuto in una villa insieme ai genitori, sin da bambino ama disegnare e cucire. All’età di ventitré anni inizia a lavorare per Dior. La sua carriera ha una battuta d’arresto nel momento in cui lascia Parigi per combattere la guerra di indipendenza algerina. La sua militanza dura soltanto venti giorni, per l’eccesso di stress causato dalla guerra viene ricoverato in ospedale. In questo periodo viene licenziato da Dior. Yves Saint Lauren non ha desistito, non si è accontentato di essere una persona “comune”, è diventato un “super-uomo” che trae ispirazione dagli eventi traumatici per creare un vero e proprio impero della moda.

Howard Schultz, Mr Starbucks, cresce nelle case popolari di Brooklyn. Il padre a causa di un infortunio, non ha avuto modo di sostenere economicamente la famiglia per qualche tempo. Pertanto Schultz si iscrive alla Northern Michigan University grazie ad una borsa di studio per meriti sportivi e successivamente, grazie ad un prestito d’onore e a diversi lavoretti, tira avanti. Viene assunto in Xerox e poi in Hammarplast dove entra in contatto con Starbucks, allora piccola torrefazione di Seattle. Inizia a lavorare con loro come direttore marketing e retail. Ha l’idea di trasformare il posto in una catena di caffetterie italian style ma i proprietari declinano l’offerta. Oggi sappiamo che hanno decisamente sbagliato, Mr Starbucks ha portato avanti il progetto da solo ed oggi è uno degli uomini più ricchi degli U.S.A. Neanche lui è rimasto nella condizione di “uomo comune”.

Perché parlarvi di queste storie? Perché sono esempi di resilienza, modelli da emulare. Da uomini “comuni” con vissuti anche difficili, sono riusciti con tenacia ad affrontare le difficoltà e a trasformarle in punti di forza, un po’ come fanno gli eroi delle favole “c’era una volta…”.
Sono dei veri e propri “Super Business Man” resilienti a cui tutti noi dobbiamo somigliare.

Io utilizzerei il condizionale, “dovremmo” ed ora vi spiego il perché.
Il termine “resilienza” deriva dal latino “resilire” che significa “saltare indietro, rimbalzare, ritornare di colpo”. Anche il mondo metallurgico ci fa capire qualcosa in più su questa parola: i metalli possono avere la qualità di resistere alle forze alle quali sono sottoposti.

In psicologia la definizione è più articolata ed è “la capacità di resistere, fronteggiare e riorganizzare positivamente la propria vita dopo aver subito un evento negativo. Non si tratta quindi di una mera resistenza passiva (…) bensì di una risposta cosciente, di una ricostruzione che si traduce in potenzialità e prospettive di crescita”. La resilienza è anche la componente chiave del concetto di “flourishing”, centrale nella psicologia positiva di cui Martin Seligman è fondatore. Flourish significa proprio “vivere un ventaglio di possibilità di funzionamento che connota virtù, produttività, crescita e resilienza (Keyes, Shmotkin e Ryff, 2002).

Non tutte le persone sono resilienti allo stesso modo. Una persona resiliente generalmente è un soggetto ottimista (le difficoltà sono soltanto passeggere), può contare sul supporto di una forte rete sociale, è contraddistinta da autostima ed autoefficacia. Tutto ciò fa si che la persona resiliente riesca a metabolizzare più facilmente sconfitte e difficoltà.

È qui, dalla consapevolezza che ognuno di noi è diverso, che entra in gioco il condizionale “dovremmo”. Dovremmo essere tutti dei Super – Business Man Resilienti? Beh, no grazie!

Le persone reagiscono in modo diverso, in base alla propria specificità individuale e in ciascuno c’è capacità di “assorbire il colpo”. C’è forza anche in chi è capace di dire no a quello che non gli sta bene ed è in grado di affermare la propria identità ed il proprio pensiero critico, non si deve resistere per forza! Vale a lavoro ma anche in tutti gli altri contesti.

A tal proposito, approfondendo l’argomento, mi sono piacevolmente imbattuta nel blog di Michele Mezzanotte, psicoterapeuta e Direttore Scientifico de “L’anima fa arte”. La sua non è una critica alla resilienza ma una lettura diversa da quella a cui siamo abituati. Egli sottolinea come questo concetto sia comunemente considerato come l’opposto della fragilità ma non è forse vero che soltanto i più forti hanno il coraggio di mostrare le proprie debolezze? Non solo, M. Mezzanotte sostiene che si tende a vedere soltanto il lato positivo del resistere sempre e comunque non considerando che non è funzionale in ogni occasione, come nel caso di una coppia che litiga, prima o poi qualcuno dovrà cedere!

Potremmo affermare che la resilienza è stata ed è idealizzata. Attualmente siamo schiavi dell’imperativo sociale della resilienza a tutti i costi. Non c’è posto per cedere, ritirarsi oppure desistere. Con la crisi economico – finanziaria essere resilienti è diventato necessario per ottenere il successo sempre e comunque e questo ha un prezzo, a tal proposito vi invito a guardare il seguente video dal titolo “Why winning doesn’t always equal success | Valorie Kondos Field”[1] .

Non sono sostenibili né la ricerca incessante di essere sempre super performanti né l’essere necessariamente resilienti. Come sostiene il direttore del Centro di Resilienza per Veterani e Famiglie della Columbia University, George Bonanno “non siamo mai resilienti allo stesso modo perché la vita stessa, i livelli di stress e noi come persone cambiamo continuamente”. Non solo, in tutto ciò, i danni per la persona possono essere emotivi, lo spirito umano stesso ne può risultare danneggiato. È necessario ridefinire cosa sia il vero successo ed il reale significato di resilienza che non coincide con il diktat più comune che ci impone di essere dalla parte dei vincenti, di coloro che sono dinamici, veloci che sanno cambiare rapidamente e che mirano soltanto al raggiungimento di una performance ottimale. Nel mondo del lavoro sembra essere una pratica comune ma soltanto le aziende più lungimiranti hanno compreso i pericoli che si celano dietro tutto ciò.

L’invito è quello di essere sempre se stessi, senza emulare nessuno, d’altronde anche Superman ha avuto i suoi momenti no!

Concludo con le parole fortemente evocative di Michele Mezzanotte “Le foglie ci insegnano a non rimanere attaccati fino allo stremo delle nostre forze a situazioni dolorose o, allo stesso modo, a quelle piacevoli. Da esse possiamo imparare a lasciarci andare cullati dal vento, dolcemente in caduta”.


Michela Cremona

Junior HR Consultant

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