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La gentilezza porta buoni frutti

La gentilezza porta buoni frutti


Ci siamo lasciati la scorsa volta con scimmie da placare, oggi parliamo di maialini.

Non so come mai abbia intrapreso questo filone zoofilo ma non posso che assecondarlo perché ciò di cui vorrei parlare oggi non è un maialino qualunque, ma un piccolo rivoluzionario della comunicazione.

Per chi non l’avesse visto, il film è Babe, il maialino coraggioso (1995) diretto da Chris Noonan e adattamento cinematografico dell’omonimo libro di Dick King-Smith.

Prima di continuare un breve sunto della trama …

(Se non l’avete visto, preannuncio spoooiler)

Un maialino viene preso dall’allevamento in cui è nato e messo in palio come premio in un luna park. A Vincerlo, indovinandone il peso, è il contadino Arthur Hoggett, la cui moglie decide di ingrassarlo per cucinarlo a Natale (d’altronde a cosa potrebbe servire un maialino se non ad essere mangiato?).

Nella fattoria il maialino, ribattezzato Babe, comincia a conoscere gli altri animali: Fly e Rex, i due cani da pastore, la vecchia pecora Maa e il papero Ferdinand.

Grazie alla materna accoglienza di Fly, che lo adotta come fosse uno dei suoi cuccioli, Babe comincia ad inserirsi in questo nuovo contesto e, conquistando la fiducia nel buon Arthur, che ne aveva intuito le potenzialità, inizia a sostituire i cani alla guida del gregge finendo per vincere un concorso dedicato ai cani da pastore.

Ma cosa ha da insegnarci questo tenero e rosaceo esserino?

Quello che mi ha colpita è che Babe riesce ad esercitare la sua influenza sul gregge con uno strumento che, nella sua semplicità, risulta essere molto più potente di quell’autorità di cui pensiamo debba vestirsi un leader: la gentilezza.

La chimica della gentilezza

Nell’ultimo periodo mi è capitato spesso di leggere articoli e riflessioni sulla gentilezza ed è un argomento che sta destando non poco interesse in ambito HR, e non solo.

Infojobs, ad esempio, ha condotto a dicembre 2019 un’ indagine sulla gentilezza al lavoro su un campione di 1.350 intervistati.

La ricerca ha evidenziato che per il 78% la gentilezza dovrebbe far parte delle soft skills di chi cerca un impiego e per il 96% migliora di la produttività. (http://bit.ly/2RS3zcy).

La quasi totalità dei dipendenti (93%) avverte la necessità di una leadership più gentile, perché contribuisce a creare un clima di lavoro più sereno. E ancora, ci sono studi che hanno evidenziato una “chimica della gentilezza”.

Essere gentili ridurrebbe i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, e in uno studio dell’università di Berkeley, quasi il 50% dei partecipanti ha riferito di sentirsi più forte e avere più energia dopo aver aiutato gli altri, migliorando anche la propria autostima (https://www.claudiobelotti.it/la-chimica-della-gentilezza/).

Nel leggere i vari articoli la prima cosa che ho pensato è che fosse scontato sapere che comportarsi correttamente ed essere gentili con gli altri fa bene ed è la base per vivere in modo “socialmente accettabile”.

Ma è davvero così scontato?

Se ci fermassimo un attimo a riflettere su ogni azione e reazione che attuiamo durante il corso della giornata di fronte agli eventi che ci capitano, è così automatico rispondere in modo gentile?

Forse, se ci pensassimo bene, ci renderemmo conto che probabilmente non è così, soprattutto in quelle incomprensioni che possono diventare terreno fertile per far crescere il desiderio di auto – affermazione, di giustizia e di ragione e in cui la gentilezza non è di certo considerato un mezzo forte per affermare il proprio punto di vista.

Gentilezza non è debolezza

Potremmo pensare, infatti, che “gentilezza” sia sinonimo di debolezza e passività.

Ma anche in questo il buon Babe ci dà un’altra lezione.

Nel film è evidente la contrapposizione di leadership tra il maialino e i due cani da pastore; questi ultimi sono abituati ad uno stile di autoritario legato ad una visione tale per cui esercitare la leadership equivale ad imporsi facendo appello al potere derivante dal ruolo (i cani sono una razza superiore rispetto alle pecore, ritenute sciocche e senza cervello).

Babe adotta una modalità diversa e cerca di comprendere il linguaggio del gregge, che quando capisce di essere accolto, gli offre la propria fiducia.

E non solo, in una delle ultime scene Babe ha bisogno di una “parola d’ordine” segreta per comunicare con un gregge che non conosce. Rex, che nel frattempo ha capito il valore del maialino, corre dalle pecore amiche di Babe affinché possano aiutarlo. E le pecore, per riconoscenza al porcellino, forniscono a Rex la parola d’ordine che può così comunicarla.

Ecco allora che tutte e tre le razze, così diverse, nella condivisione del segreto della parola d’ordine, riescono a trovare una chiave di comunicazione comune e una nuova armonia. La gentilezza di Babe crea una reazione a catena così potente da riuscire a rompere gli schemi e accorciare le distanze tra esseri completamente opposti.

Il film è pieno di spunti interessanti e al di là del ruolo che si ricopre tutti possiamo cominciare ad essere un pò più gentili per andare gli uni verso gli altri.

D’altronde, se ci sono riusciti un cane, un maialino e delle pecore, perché non dovremmo riuscirci noi che siamo tutti esseri umani?


Chiara Di Marco

HR Consultant

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